Quando ti arrabbi, non chiamare gli amici!

“Non puoi capire cosa mi ha fatto!”, “Sto malissimo, mi ha deluso, è proprio una brutta persona!”

“Ma ti rendi conto? Io sono senza parole!” Ecc… ecc… ecc…


Quante telefonate di questo genere abbiamo fatto sfogandoci a ruota libera

con l’amico/a di turno?

Già, perché è una regola abbastanza comune quella di alzare il telefono quando ci succede qualcosa che ci fa davvero arrabbiare o ci provoca dolore. E’ altresì vero, che esistono tantissimi modi di reagire ad una evento che ci provoca emozioni forti. C’è chi si chiude e per giorni non parla con nessuno, chi prende a pugni cuscini, chi annega il dolore nell’alcool, chi fa sesso, chi fa finta di niente.


Quella di sfogarci rimane per molti di noi la scelta più immediata. Ma perché lo facciamo? E perché sarebbe opportuno limitare questo escamotage?

Poniamo il caso che un evento ci turbi profondamente, provocandoci una rabbia infinita verso la persona che ha volontariamente o involontariamente provocato il turbamento,

Cosa succede dentro di noi? Sentiamo. Sentiamo qualcosa crescere dentro. Un’energia incontrollabile, un fuoco, una voragine o una pesantezza, alle quale generalmente attribuiamo un’ etichetta emotiva: rabbia, dolore, tristezza ecc.. Questa energia è così forte, così potente che il più delle volte ci sentiamo sopraffatti da essa. La mente la associa ad uno schema e lo ripete ossessivamente. Cerca connessioni, ricordi, mappe, qualcosa a cui aggrapparsi per analizzare ma soprattutto confermare quello schema, proprio come farebbe un computer in sovraccarico energetico impegnato in un grosso calcolo.

Ma cosa succede se la mente non trova soluzioni? Se non trova niente che possa riportare i parametri sotto il suo controllo? Cerca soluzioni esterne. Quali? Ad esempio sublimando il carico emotivo, chiamando un' amica/o!


Perché chiamare un amica/o? Per prendere nuova energia e cercare insieme il modo per spegnere il fuoco. E se quell’amico/a non ha le mappe necessarie passeremo ad un altro e poi ad un altro ancora e via dicendo. Fino a che non troveremo qualcuno che ci fornirà ciò di cui la mente ha bisogno per sopravvivere: un significato accettabile.


Cosa succede invece se noi questo significato non glielo diamo? Succede che la mente svanisce, lasciando spazio alla sensazione priva di etichette, priva di significato. Succede che entra in gioco la coscienza permettendo all’evento di sciogliere i nostri attaccamenti e le nostre resistenze al divenire.


Quell’energia che sentiamo crescere dentro in seguito ad un evento che ci ha turbato è una possibilità. Se noi le diamo tempo, la lasciamo fluire, respirando, ascoltandola, addirittura moltiplicandola dentro di noi, con fiducia, questa si trasformerà, non sarà più rabbia, dolore, tristezza ecc.., ma diverrà strumento.


E’ questa la magia di cui si parla nei libri esoterici, l’alchimia, il trasformare il piombo in oro.

E possiamo farlo solo se accogliamo quello che accade come un dono e non lo sprechiamo cercando di dissolverlo, di dargli un significato, di controllarlo.

La chiave sta proprio nel lasciare che sia, senza definizioni, senza morale, trovando soluzioni nuove, creative, portando alla luce l'audacia, nonostante la paura.

Lasciamo fluire l’energia che ci attraversa, lasciamo che faccia il suo lavoro in assenza di giudizio.


Forse ci vorrà del tempo per capire, ma non è questo lo scopo, siamo venuti sulla terra per fare esperienza del nostro potenziale.

E allora facciamola questa esperienza e non fuggiamo quando questa viene a cercarci. Apriamogli la porta e onoriamo la sua visita, festeggiando l’arrivo di qualsiasi evento si manifesti a noi.


Non esistono eventi buoni o eventi cattivi, esistono solo informazioni e nuove possibilità.




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